Albert Einstein, fisico simbolo del Novecento tra Pavia e Milano

Albert Einstein, fisico simbolo del Novecento tra Pavia e Milano

Albert Einstein nacque il 14 marzo 1879 a Ulm, in Germania, in una famiglia ebrea benestante attiva nel campo dell’imprenditoria.

Da piccolo Albert era un solitario ma molto curioso, leggeva libri di divulgazione scientifica, ma allo stesso tempo mostrava avversione i sistemi severi che rendevano la scuola del suo tempo simile a una caserma.

Ha vissuto in un’epoca caratterizzata da forti mutamenti sociali, culturali, segnata come non mai da scoperte scientifiche, innovazioni tecniche e industriali.

Poliglotta, viaggia molto sin da giovane in particolare per l’Europa, passando da tutte le varie connotazioni dal clima liberale svizzero, al dispotismo illuminato prussiano, subisce il nazismo e le persecuzioni antisemite.

Esule negli USA, indagato dal FBI, passa gli ultimi anni della sua vita nel clima di guerra fredda, nella minaccia dello scontro nucleare, cui proprio lui aveva dato impulso, tra superpotenze.

Del genio di Albert Einstein si conosce tutto, anche i suoi vezzi e tanto altro, poco invece si conosce del suo periodo lombardo, di quanto abbia amato questo territorio, l’arte, il modo di vivere e come ne avesse imparato la lingua.

Un anno dopo la sua nascita, la famiglia si trasferì a Monaco di Baviera, dove suo padre Hermann aprì, col fratello ingegnere Jacob, un’officina elettrochimica che arrivò a occupare 300 dipendenti, incontrando grande successo, avendo illuminato l’Oktoberfest del 1885 e realizzato le reti d’illuminazione di alcune cittadine bavaresi.

Azienda che poi fallì nel 1893. Agli inizi del 1894 la famiglia di Albert e quello dello zio Jakob, si trasferirono da Monaco di Baviera in Lombardia, su invito dell’ingegnere torinese Lorenzo Garrone. Prima tappa a Milano per seguire da vicino i lavori di costruzione, a tempo di record di una fabbrica simile a quella di Monaco, a Pavia sul naviglio.

Impresa che fu aperta in società con l’ing. Garrone ad alta tecnologia per il tempo, produceva apparecchiature elettroniche, dinamo e motori a corrente continua, lampade ad arco, amperometri, interruttori e contatori.

La “Elettrotenica Nazionale Einstein-Garrone” aveva la sede all’incrocio dell’attuale viale Partigiani e viale Venezia, lungo il naviglio per sfruttare l’energia prodotta da un salto dell’acqua di una chiusa ed è visibile ancora oggi. Una fabbrica importante che arrivò a dare lavoro a un’ottantina di persone.

Partecipò ai lavori per l’illuminazione di Palazzo Botta, sede degli istituti medici dell’ateneo pavese. Un ambizioso progetto di elettrificazione di Pavia, Novi Ligure e Bologna invece, non andò in porto e, a soli due anni dalla fondazione,  venne messa in liquidazione con il trasloco degli Einstein a Milano.

La famiglia Einstein a Pavia, si inserì subito nel contesto sociale abitò presso il Palazzo Cornazzani, nell’attuale via Ugo Foscolo 11, una villa di pregio di stampo medievale con portici e affreschi quattrocenteschi in cui nel 1808 era vissuto proprio il poeta e scrittore nato a Zante.

Albert, rimasto a Monaco presso parenti per completare gli studi al Liuitpold Gymnasium, si trovò sempre più a disagio per la mentalità ristretta e militaresca della scuola bavarese.

La scuola lo espulse perché “di grave disturbo” per gli altri allievi. Il 29 dicembre partì alla volta di Milano, deciso a chiudere per sempre con la Germania, in preda al disagio provocato. Durante questo periodo, Albert, a differenza della sorella e dei cugini impegnati in un liceo locale, non fu iscritto a nessuna scuola, frequentò assiduamente la fabbrica di famiglia, incuriosito dai congegni elettrici e dalla fisica applicata.

In autunno tenta l’esame  di ammissione al Politecnico di Zurigo con una dispensa perché è di due anni più giovane dell’età consentita, ma è bocciato. Frequenta allora la scuola cantonale di Aargau, vivendo in casa di uno dei suoi insegnanti, Jost Winteler, trovando un’atmosfera ben diversa da quella del ginnasio di Monaco e di Zurigo, poi s’iscrisse al Politecnico, dove prese la decisione di non fare l’ingegnere bensì l’insegnante di fisica.

Continuò a tornare puntualmente in Lombardia alla fine di ogni semestre di studio. Questo periodo di vita milanese-pavese venne sempre ricordato, con grande affetto e felicità da Albert Einstein, passato tra lunghe corse in bicicletta a Voghera, Casteggio, Broni, i giri per i vigneti dell’Oltrepo’ con le vendemmie, anche bagni notturni nel Ticino, concerti di piano e violino.

Tra i tanti ricordi una lunga gita a piedi con l’amico Otto Neustatter sulla via del Sale, su e giù per l’Appennino per andare a trovare lo zio Cesare Koch che viveva a Genova con ritorno in treno. Nel periodo pavese con la sorella Maja, stringerà una profonda amicizia con una ragazza di Casteggio, Ernestina Pelizza Marangoni, con cui mantenne poi rapporti per tutta la vita.

Nel 1946, Ernestina scrisse al vecchio amico chiedendogli di adoperarsi per la ricostruzione del ponte coperto di Pavia, danneggiato nel 1944 dai bombardamenti alleati. Nella risposta, scritta in italiano, esposta nel Museo per la Storia dell’Università pavese, traspaiono tutto il dolore per la guerra, le sue atrocità e per le persecuzioni antisemite che avevano colpito anche la sua famiglia in Italia.

Il periodo pavese di Einstein è ricordato con targhe sulle case e sulla fabbrica. Fu probabilmente durante quella prima estate pavese che Albert Einstein scrisse il suo primo saggio scientifico, cinque pagine intitolate “Intorno allo stato delle ricerche sull’etere nei campi magnetici”, che spedì allo zio Cäsar, a Stoccarda.

Si trattava un lavoro notevole per un ragazzo di soli sedici anni, un primo segnale di quale fosse l’argomento che occupava la sua mente e che si sarebbe poi sviluppato in studi ulteriori che sfociarono nel premio Nobel.

Nel 1899, a Milano il padre di Albert, aprì una nuova produzione simile a quella precedente a Pavia, in via Lecchi 16, nella zona del Naviglio pavese, trovando casa nella centralissima via Bigli al civico 21, angolo via Manzoni in un palazzo caratteristico della vecchia Milano del settecento, dove oggi è apposta una targa, proprio per ricordare il suo passaggio.

Si concluse così il suo amato periodo lombardo anche per la scomparsa improvvisa del padre per infarto nell’ottobre dello stesso anno, sepolto ancora oggi al Cimitero Monumentale nel Civico mausoleo Palanti. Anche di Milano serberà un ricordo dolce e particolare: “A Milano la gente è la più civile che io abbia mai incontrato”.

Nel 1905 pubblicò tre studi teorici. Il primo e più importante studio fu la prima esposizione completa della teoria della relatività ristretta, il secondo sull’interpretazione dell’effetto fotoelettrico, era un’ipotesi rivoluzionaria sulla natura della luce. Il terzo e più importante studio è sull’Elettrodinamica dei corpi in movimento.

E’ proprio l’ultimo studio che portò Albert Einstein a conseguire il premio Nobel per la Fisica nel 1921.

Durante la prima guerra mondiale Einstein fu tra i pochi accademici tedeschi a criticare pubblicamente il coinvolgimento della Germania nazista nella guerra.

Con l’avvento al potere di Hitler, lo scienziato fu costretto a emigrare negli Stati Uniti, dove gli fu offerta una cattedra presso l’Institute for Advanced Study di Princeton, nel New Jersey.

Di fronte alla minaccia del regime nazista, il Nobel tedesco rinunciò alle posizioni pacifiste e nel 1939 scrisse assieme a molti altri fisici una famosa lettera indirizzata al presidente Roosevelt, dove evidenziava la possibilità di realizzare una bomba atomica.

Einstein dopo la guerra s’impegnò attivamente contro la guerra e contro le persecuzioni razziste, compilando una dichiarazione contro le armi nucleari.

Albert Einstein si spense a settantasei anni, a Princeton il 18 aprile 1955 a seguito di un’emorragia interna.

Paola Montonati

Per info scrivere a: redazione@personalreporternews.it

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