cvetaeva

Una donna e poetessa nella Russia del Novecento…

Marina Ivanovna Cvetaeva nacque a Mosca l’8 ottobre 1892, figlia di Ivan Vladimirovič Cvetaev, professore di storia dell’arte all’università e della seconda moglie Marija Alexandrovna Mejn, nota per una relazione clandestina con un uomo sposato.

La madre di Marina rinunciò alla carriera di pianista per essere una brava moglie per Ivan e una buona madre per i due bambini nati dal precedente matrimonio, poi dall’unione nacquero Marina e Anastasija.

Quando Marija si ammalò di tubercolosi, e la famiglia cominciò a cercare un’aria più salubre per le condizioni della donna in giro per l’Europa, in Svizzera, Italia, Germania, ma la malattia non migliorò, e lei cominciò a rimpiangere di non poter vedere le figlie crescere e di aver rinunciato alla vita che la rendeva felice.

Dopo la morte della madre Marina frequentò il ginnasio, poi alcuni corsi di letteratura alla Sorbonne, ma non riuscì a finire gli studi, infatti non amava le regole, le imposizioni e voleva scrivere e leggere ciò che piaceva a lei.

A diciannove anni, sulle rive del mar Nero, incontrò  Sergej Jakovlevič Ėfron, del quale si innamorò con un’intensità che non sparì con il passare del tempo.

Ma Marina ebbe numerosi amanti, uomini e donne, che ferirono il marito e di cui lei non fece mai mistero.

Con la rivoluzione russa  la poetessa fu costretta a emigrare, insieme alla figlia Alja, mentre la secondogenita Irina era morta di fame in un orfanotrofio, cui era stata affidata perché Marina non poteva mantenerla e  Sergej combatteva nell’armata bianca, ma  da tempo non si avevano sue notizie.

Grazie alla presenza di diverse case editrici russe anche all’estero,  Marina continuò a pubblicare, il  marito ritornò, ebbero un altro figlio, Mur, e la donna frequentò i migliori salotti intellettuali di Parigi, Praga e Berlino.

La vita della Cvetaeva precipitò però  in fretta, non riusciva più a pubblicare, perché molte case editrici russe chiusero, gli amici la abbandonarono, considerandola intransigente e filosovietica, e Alja tornò in Russia.

Ormai Marina si sentiva straniera ovunque, anche al pensiero di tornare in quella patria che l’aveva costretta ad andarsene ma per amore della figlia, e perché non aveva più denaro per condurre nessun tipo di vita, tornò a Mosca, dove fu costretta ai lavori più degradanti per racimolare qualche soldo. La poetessa non scrisse nulla, vagabondò da un’elemosina all’altra, finché il marito non mori poi, il 31 agosto 1941,  si impiccò in una baracca sulla riva del fiume Kama,  che aveva affittato una volta tornata in Russia.