Maranza

Negli ultimi anni “maranza” è entrata di prepotenza nel linguaggio comune, dai telegiornali ai social, fino a diventare nel 2025 un neologismo ufficialmente registrato dalla Treccani.

Eppure, dietro a una parola così diffusa si nasconde un’origine incerta e un uso che, nel tempo, ha finito per deformarne parecchio il significato originale.

Un’etimologia che nessuno conosce con certezza

Chi si aspetta una risposta netta rimarrà deluso: l’origine di “maranza” non è mai stata accertata con precisione. È un destino comune a molte parole gergali, nate nel parlato di strada e rimaste per decenni fuori dai testi scritti, prima di essere “scoperte” e studiate solo quando il fenomeno che descrivevano è diventato di massa.

Le ipotesi principali proposte da linguisti e dall’Accademia della Crusca sono diverse, e in parte in contraddizione tra loro.

Una delle piste più discusse ipotizza una derivazione più “interna” alla lingua italiana: una storpiatura giocosa di “tamarro” in “tamarranza”, con l’aggiunta del suffisso -anza tipico del Nord e dal tono canzonatorio – lo stesso suffisso, non a caso, che troviamo in parole dal significato negativo come tracotanza, arroganza o baldanza.

Non manca infine una pista più aneddotica e meno accademica, che lega il termine a Marantz, storico marchio americano di impianti Hi-Fi molto popolare (e costoso) negli anni Settanta: i primi “maranza” sarebbero stati riconoscibili anche per l’ostentazione di quello status symbol sonoro.

Dal tamarro da discoteca al fenomeno mediatico

Al di là dell’etimologia, la storia dell’uso della parola è più documentabile e, per certi versi, più interessante.

La prima attestazione conosciuta risale al 1988, nel brano di Jovanotti “Il capo della banda”, dove “maranza” era già sinonimo di “tamarro”: un giovane maleducato, legato al mondo della musica dance e dei locali notturni, che si sente libero di fare quello che vuole senza troppi riguardi per gli altri.

Per un paio di decenni il termine resta confinato al gergo regionale, soprattutto lombardo, senza mai diventare patrimonio nazionale. La svolta arriva tra il 2019 e il 2021, quando la parola torna prepotentemente in auge nel linguaggio giovanile, complice la cassa di risonanza dei social media – TikTok su tutti – e assume un significato progressivamente più negativo rispetto alle origini.

Il vero salto di scala mediatica avviene nell’estate 2022: alcuni raduni di giovani a Peschiera del Garda e Riccione, finiti sulle prime pagine per episodi di violenza e disordine, portano il “fenomeno maranza” all’attenzione di tutta la stampa e dei telegiornali nazionali. Da lì in poi la curva di ricerca del termine, secondo Google Trends, non è più scesa.

L’uso improprio di oggi: tre piani che si confondono

Ed è proprio in questo passaggio recente che si annida l’uso più scorretto della parola, quello su cui vale la pena riflettere.

Nel linguaggio giornalistico e nel parlato comune di oggi, “maranza” viene spesso usata per indicare contemporaneamente tre cose molto diverse tra loro, che invece andrebbero tenute distinte:

  • uno stile estetico: abbigliamento vistoso, capi firmati (spesso contraffatti), catene, marsupio, atteggiamento spavaldo e linguaggio colorito;
  • un fenomeno di cronaca: risse, aggressioni, episodi di microcriminalità giovanile in gruppo, con forte amplificazione mediatica;
  • un’origine etnica: l’idea, spesso implicita, che il “maranza” sia per definizione un giovane di origine nordafricana o straniera.

Questa sovrapposizione non è innocua. L’Accademia della Crusca ha messo in guardia più volte su questo punto, ricordando che una buona parte di chi oggi si autodefinisce (con orgoglio) maranza è composta da giovani italiani di seconda generazione di origine nordafricana e da ragazzi immigrati regolarmente in Italia. Usare il termine come sinonimo automatico di “criminale straniero” significa, di fatto, trasformare una categoria nata per descrivere uno stile in un’etichetta etnica, con tutti i rischi di pregiudizio che questo comporta.

C’è poi un secondo uso improprio, meno grave ma comunque fuorviante: trattare “maranza” come sinonimo automatico di delinquente o criminale. Nell’accezione più diffusa nel parlato giovanile, la parola resta prima di tutto una categoria estetica e comportamentale – uno stile riconoscibile, spavaldo, “da strada” – non necessariamente un giudizio penale.

Non a caso, accanto al significato negativo, convive oggi anche un uso ironico e persino rivendicativo del termine: si parla di “maranza style”, di “look maranza”, di un’estetica ormai sdoganata anche nella moda mainstream, ben oltre lo stigma sociale da cui è nata.

Una parola-specchio

“Maranza” racconta, meglio di tante altre parole recenti, come il linguaggio giovanile assorba pregiudizi antichi – quelli tra Nord e Sud Italia, quelli verso i migranti – e li ricicli in etichette nuove, spesso senza che chi le usa ne conosca la storia. Conoscerne l’origine incerta e il percorso semantico, dal tamarro da discoteca degli anni Ottanta al fenomeno mediatico del 2022, aiuta a usarla con maggiore consapevolezza: come descrizione di uno stile, senza scivolare – magari inconsapevolmente – in un’etichetta etnica.