Verso Tokyo 2021: Il kimono

Verso Tokyo 2021: Il kimono

Il kimono, l’abito simbolo della cultura giapponese, ha una storia che l’ha visto evolversi nei secoli fino ad arrivare alla versione attuale.

La nascita del kimono giapponese, o meglio la sua primissima versione, risale al Periodo Nara (710-784) quando l’influsso della cultura cinese iniziò a espandersi notevolmente in Giappone. All’inizio di questo periodo lo stile dell’abito tradizionale cinese Hanfu, utilizzato nelle regioni di Wu durante la dinastia Tang, arrivò in Giappone influenzando la moda dell’epoca.

Fu durante il periodo Heian (794-1185) che nacque il Jyuni-Hitoe, il kimono a 12 strati, un mix tra la cultura cinese e l’estetica giapponese, utilizzato come abbigliamento formale dalla Corte Imperiale durante riti e cerimonie.

I ceti medio-bassi indossavano abiti simili agli indumenti intimi degli aristocratici; una veste chiamata kosode e un hakama, una gonna lunga con o senza divisione per le gambe, o il mo, un grembiule, per la parte bassa.

Tra il periodo Heian e il periodo Kamakura, le combinazioni di colori dei kimono avevano il compito di indicare l’età, il rango, lo stato civile, la stagione o eventi particolari.

Ad esempio il kurenai, una rata tonalità di cremisi, poteva essere indossata dalle donne della famiglia imperiale, un hakama color marrone scuro indicava una donna single, i colori caldi indicavano l’autunno e quelli pastello la primavera.

Con il periodo Kamakura (1185-1333) il numero di strati che componevano il kimono si assottigliò per i samurai che le loro mogli e figlie, che indossavano un kosode e un hakama rosso, e solamente durante le uscite aggiungevano qualche strato in più.

Nel periodo Muromachi (1336-1573) il kosode, per le donne, iniziò a essere colorato e ad avere decorazioni e l’hakama iniziò a non essere più usato.

A questo punto, però, era necessario trovare un modo per chiudere l’abito, non avendo più il sostegno di una gonna e venne quindi utilizzato l’Obi, una fascia di stoffa arrotolata intorno alla vita.

Nel periodo Edo (1603–1867) i mercanti commissionavano kosode personalizzati ad artisti famosi.

In quello stesso periodo iniziò a nascere la tecnica di pittura chiamata yuzen, e siccome la legge non vietava quel tipo di tecnica decorativa, i mercanti ne richiesero l’utilizzo per dipingere i loro kosode.

Sempre durante il periodo Edo, le maniche dei kosode iniziarono ad allungarsi notevolmente, prima per le donne non sposate e a seguire anche per quelle sposate.

Inoltre, l’aumentare della dimensione delle maniche iniziò a non collidere più con l’armonia dell’intero vestito e s’iniziò a ingrandire anche l’Obi prendendo spunto dai vestiti indossati dagli attori Kabuki.

Nel periodo della restaurazione Meiji, con un editto, l’imperatore obbligò i funzionari pubblici, i ferrovieri, l’esercito e gli insegnati a indossare abiti all’occidentale, e anche le uniformi scolastiche assunsero lo stile occidentale.

I kimono vennero usati sempre meno anche se rimasero parte integrante della cultura giapponese.

Oggi, i kimoni sono indossati solamente durante i matrimoni, i funerali, le cerimonie del tè e i matsuri, ma non è difficilissimo vedere persone, nella vita di tutti i giorni girare in kimono, magari in città come Kyoto.

Se i kimoni da uomo seguono un unico stile e variano solamente per il colore, quasi sempre con tonalità scure come nero, grigio, blu scuro, marrone e le loro sfumature, a volte con piccole decorazioni come quadretti o disegni di uccelli e per il tessuto, i kimoni da donna, invece, hanno molti stili e quelli più formali sono composti da molti più pezzi e indossarne uno è abbastanza difficile da fare senza l’aiuto di una seconda persona.

Paola Montonati

Per info scrivere a: redazione@personalreporternews.it
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