Massimo Urbani, re del jazz italiano

Massimo Urbani, re del jazz italiano

Un musicista che, tra le sue note, portò il jazz nell’Italia degli anni Ottanta…

Nato a Roma l’8 maggio 1957, nel quartiere di Primavalle, Massimo Urbani iniziò a studiare il clarinetto a undici anni.

A quattordici, passato al sassofono, fu scoperto da Mario Schiano e Marcello Melis, che lo videro esibirsi in un piccolo locale di periferia.

Poco dopo debuttò in uno dei club più attivi della capitale nell’ambito della canzone d’autore e di protesta, il Folkstudio, dove s’impose con una musica viva e irruente, legata all’energia più magmatica del free jazz, e conobbe artisti già affermati come Bruno Tommaso, Franco D’Andrea, Marcello Rosa e Gianni Basso.

Sempre con Schiano, nel gennaio 1973 entrò per la prima volta in sala d’incisione per partecipare al disco Sud, con altri due giovani sassofonisti, Maurizio Giammarco e Tommaso Vittorini, poi destinati a dominare le scene del jazz romano.

In questi primi anni Settanta il jazz cominciò finalmente ad affermarsi nel panorama delle forme musicali preferite dai giovani italiani e un corso particolarmente importante era quello tenuto dal compositore e pianista Giorgio Gaslini presso il conservatorio romano di Santa Cecilia.

Urbani seguì Gaslini come uditore e partecipò anche alla realizzazione di alcune puntate della trasmissione televisiva Jazz al conservatorio.

Gaslini si rese subito conto del talento straordinario dell’allievo e lo invitò a partecipare al suo quartetto, in occasione di un concerto di enorme successo al festival di Bergamo del 1973.

Nell’estate del 1974 Urbani partecipò alla seconda edizione di Umbria Jazz, dove era presente il grande sassofonista americano Sonny Stitt, che al termine della sua esibizione si complimentò con lui. Mentre suonava con il quartetto di Rava, dove rimase fino al 1978, Urbani collaborò anche con altre formazioni di rilievo del panorama nazionale, dal gruppo rock d’avanguardia degli Area e dall’ensemble musicale sarda dei Cadmo, con il pianista e fisarmonicista Antonello Salis.

Nel 1979 Urbani a Milano, per l’etichetta Red Records, incise il disco 360° Aeutopìa, con il pianista Ron Burton, il contrabbassista Cameron Brown e il batterista Beaver Harris.

L’anno seguente il sassofonista registrò Dedication to A.A. & J. C.-Max’s Mood, un omaggio ai suoi principali modelli, Albert Ayler, John Coltrane e Charlie Parker.

Urbani diffuse la sua musica in tutte le città dove suonava ed ebbe forti intese professionali con altri giovani solisti, come con il contrabbassista Giovanni Tommaso, che affianca nella realizzazione di Via GT, e con il pianista fiorentino Luca Flores, con cui registra fra l’altro il bel disco Easy to Love.

Per diversi anni la carriera di Massimo proseguì tra alti e bassi, dove lavorò con molti musicisti di valore che si dimostrano sinceri amici, ma anche con vari personaggi di dubbio valore artistico.

Tra il 1991 e il 1993 il regista Paolo Colangeli realizzò con lui una lunga video intervista, inframmezzata da alcuni brani musicali, intitolata Massimo Urbani. Nella fabbrica abbandonata.

Il 21 e 22 febbraio 1993 il musicista registrò il suo ultimo disco in studio, The blessing, dove in due brani compare anche il fratello minore Maurizio al sax tenore.

Nella sera del 16 giugno 1993 all’Alexanderplatz di Roma Urbani tenne il suo ultimo concerto, con il trombettista Red Rodney.

Massimo Urbani morì nella notte tra il 23 e il 24 giugno di quell’anno, in circostanze non del tutto chiare.

In sua memoria vene istituito il premio Massimo Urbani e la sua interpretazione di Everything Happens To Me, dall’album The Blessing, è tuttora ritenuta da molti tra le migliori mai realizzate di uno dei maggiori interpreti della storia del jazz italiano.

Paola Montonati

Per info scrivere a: redazione@personalreporternews.it
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